Cambiamenti Climatici
04 agosto 2022

Nessuna riduzione! La CO2, con acqua e sole, è alla base della vita

INTERVISTA ad ALBERTO PRESTININZI

Anche se oggigiorno sembra che tutti siano esperti di climatologia – dalle bambine delle elementari e poi su su nella gerarchia fino a monarchi, presidenti di repubbliche, maestri spirituali tibetani e Papi, il fatto è che primarie competenze per studiare il clima sono quelle del geofisico e quelle del geologo. E Alberto Prestininzi geologo è: professore ordinario di Geologia applicata alla Sapienza di Roma. Fondatore e per 15 anni direttore del Ceri (Centro di Ricerca per la Previsione, Prevenzione e Controllo dei Rischi Geologici e Ambientali) e Direttore responsabile dell’Italian Journal of Engineering Geology and Environment, quotata rivista scientifica a diffusione internazionale. Direttore del programma di Master su «Rischio Idrogeologico e Rischio sismico», Prestininzi è stato anche membro del Comitato scientifico per la Costruzione del Ponte di Messina e Presidente della sezione Rischi idrogeologici della Commissione nazionale Grandi rischi. Per non fargli mancare niente, l’Associazione italiana di geologia applicata lo ha premiato con la medaglia d’oro «Ardito Desio». Quest’ultimo, per chi non lo sapesse – e io non lo sapevo – fu quello che guidò la spedizione che per la prima volta nella storia conquistò – era il 1954 – la vetta del K2. Anche se in pensione, il professore è più attivo che mai: insegna Analisi del rischio in una università privata e continua a studiare la distribuzione temporale degli eventi climatici estremi, argomento che intraprese circa vent’anni fa. Uno degli otto promotori della Petizione italiana sul clima, per il particolare prestigio ed autorevolezza che gode Oltralpe, con consenso bulgaro il professore è stato scelto quale Ambasciatore italiano della Petizione internazionale «Non v’è alcuna emergenza climatica».


Professore, come mai vent’anni fa cominciò a occuparsi di clima?


La risposta breve è che fu una necessità, ma richiede qualche chiarimento. Nell’ambito delle ricerche sui rischi naturali, condotte a livello nazionale e internazionale con il Ceri, mi sono personalmente occupato dell’analisi di pericolosità degli eventi naturali finalizzata alla costruzione di modelli previsionali destinati alla prevenzione. L’efficacia di questi modelli è valutata attraverso la loro capacità di simulare l’evoluzione passata del fenomeno studiato. La bontà dei modelli dipende crucialmente dalla qualità e quantità dei dati che si utilizzano, che devono essere rappresentativi degli eventi che caratterizzano il fenomeno che vogliamo studiare. Per fare un esempio, nello studio delle frane, oltre alla lettura dettagliata dei dati che si ricavano sul terreno, si analizzano le lunghe serie meteorologiche disponibili (a Roma sono disponibili quelle del Collegio Romano a partire dal 1782!) e queste devono essere confrontate e validate con gli effetti prodotti sul terreno, in termini di forme e processo. Orbene, è noto che negli ultimi decenni, con sempre maggiore pervasività, viene proposta l’ipotesi che piogge, uragani o cicloni tropicali siano caratterizzati da forti variazioni di frequenza e di intensità: come si dice c’è una esaltazione degli eventi estremi. Ma le nostre ricerche – le assicuro approfondite e meticolose fino alla noia – non confermavano la narrazione sulla dinamica degli eventi estremi. Insomma i risultati delle ricerche mie e del mio gruppo erano in contraddizione con la narrazione che tutti noi ascoltavamo ogni giorno alla Tv, cosicché, visto che sono geologo, cominciai a interessarmi della questione climatica. La circostanza che ho citato veniva poi confermata anche da altri colleghi nel mondo. Per esempio, gli americani della National oceanic and atmospheric administration, che hanno contato e classificato gli uragani che avevano colpito l’America negli anni 1850-2010, trovando che gli uragani degli ottant’anni 1930-2010 furono, per intensità e numero, inferiori a quelli degli ottant’anni 1850-1930. O il gruppo di dodici ricercatori australiani, tutti appartenenti a prestigiose università, che appena lo scorso giugno hanno pubblicato i dati che certificano che v’è in corso, dal 1880 a oggi, una inequivocabile  diminuzione di cicloni  tropicali. Allora, siccome quel che scoprivo io veniva scoperto anche da altri, come ho appena esemplificato, ho pensato fosse cosa giusta, anzi doverosa, prendere una posizione esplicita anche al di fuori della ristretta comunità scientifica. 

E così lei ha, prima, promosso la Petizione italiana che, sottoscritta da oltre 200 accademici è stata inviata al Presidente Mattarella, e ora è Ambasciatore italiano di quella internazionale inviata al Segretario generale dell’Onu. Lei è professore ordinario di Geologia applicata, ma gli altolocati destinatari delle petizioni l’hanno ignorata a favore di Greta Thunbergh e ai di lei seguaci. Qui ha l’occasione, se crede, di togliersi qualche sassolino dalla scarpa.

Non sento di avere alcun sassolino da togliermi. Il fatto è che la scienza – e quando uso la parola “scienza”  intendo non quel che dicono gli scienziati ma intendo il metodo scientifico, cioè la costatazione dei fatti per come essi sono – ci dice che il nostro pianeta si trova in una fase calda in quanto è uscito da una fase fredda che ebbe il suo minimo intorno al 1690. Quindi è dal 1690 che il pianeta si scalda. E non dal 1900, come ci raccontano, con lo scopo manifesto di accreditare come necessaria necessaria la riduzione delle emissioni di CO2 da parte dell’umanità.

 

Perché secondo lei non dovremmo ridurre le emissioni di CO2?

 

Non ne vedo la ragione. Questo gas, assieme all’acqua e alla radiazione solare costituiscono gli ingredienti fondamentali della vita sulla Terra. Maggiore CO2 garantisce una più rigogliosa vegetazione. Quanto al clima, la geologia ci insegna che in tutti e quattro i periodi interglaciali degli ultimi 400mila anni la temperatura raggiunse massimi ben superiori ai valori odierni del periodo interglaciale nel quale viviamo, e ciò sebbene la concentrazione atmosferica di CO2 è oggi 400 ppm (parti per milione) mentre nei periodi interglaciali precedenti non avesse superato i 300 ppm. Per far breve una storia lunga, ogni evidenza ci dice che la CO2 non influenza il clima e, se dobbiamo dirla tutta, anche quando lo influenzasse non sappiamo neanche che lo influenzi in peggio. Potrebbe anche avere un effetto benefico. Sicuramente è benefico l’effetto sulla flora.

 

E le ondate di calore che stanno allarmando alcune parti del mondo?

 

Le cronache del passato registrano simili ondate di calore. La temperatura più alta mai registrata occorse in Tunisia nel 1913. 

 

Niente di nuovo sotto il sole, quindi. Ma come ridurre questi eventi estremi?

 

A questo proposito il problema non è sperare di ridurre questi fenomeni estremi, ma proteggersi da essi. Nell’agosto 1896 il Nordest Americano fu colpito da un’ondata di calore che durò 10 giorni e uccise 1500 persone. Se accadesse oggi sarebbe imperdonabile: grazie agli impianti di climatizzazione riusciremmo a far fronte a simili estremi momenti, che altrimenti sarebbero fatali. Quindi, maggiore uso dell’energia, e non minore uso, come chiedono gli stessi che chiedono minore uso di combustibili fossili. I seguaci di Greta Thunbergh non sembrano comprendere che maggiore uso dell’energia significa maggiore benessere. Significa stare in ambienti più caldi quando il clima è freddo e più freschi quando ci sono le ondate di calore. Significa disporre di maggiori opportunità di lavoro, perché è l’uso dell’energia che crea posti di lavoro. 

 

Alcuni sostengono che l’energia andrebbe prodotta con le rinnovabili.

 

L’unica fonte rinnovabile che veramente funziona è l’idroelettrico. Alcuni Paesi producono la propria elettricità al 100% dall’idroelettrico.

 

Nella Enciclopedia Treccani lei ha curato la voce sul dissesto idrogeologico. Questo spesso emerge proprio in conseguenza di eventi climatici, a volte anche neanche tanto severi. Come proteggersi da essi?

 

Affrontare il dissesto idrogeologico è esattamente la mia storica professione. E si affronta chiedendo aiuto, appunto, ai geologi e agli ingegneri, agli ingegneri idraulici, in particolare. Chi pensa di affrontare la cosa aumentando la potenza eolica e fotovoltaica, sta prendendo un colossale abbaglio.

 

Franco Battaglia - articolo pubblicato sul quotidiano LA VERITÀ il 4 agosto 2022Frano Battaglia









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