Storia

23 novembre 2021
BANCHE CENTRALI INDIPENDENTI E DEMOCRAZIA. LA FINE DI UN’ERA?
Riprendiamo da Data Base Italia

di Armando Savini

Quando Guglielmo III d’Orange, principe sovrano d’Orange, Stadtholder d’Olanda, nonché re d’Inghilterra, decise di intraprendere e sostenere la sua politica antifrancese, cominciò a perdere molti consensi in Parlamento. Le imposte crescevano a dismisura ed erano causa di malcontento tra il popolo e, soprattutto, tra i rappresentanti delle due Camere, gli stessi che avevano permesso la sua ascesa al trono. Trovandosi di fatto in una monarchia costituzionale fortemente controllata dal Parlamento, Guglielmo III non aveva alcun margine di manovra. Senza interpellare le Camere, non poteva governare e, soprattutto, non poteva nemmeno mantenere l’esercito, visto che ogni decisione di spesa passava per il Parlamento. Fu allora che il cancelliere lord whig Ralph Montagu escogitò un modo per reperire i fondi, raggirando i limiti imposti dal Parlamento: un debito pubblico a lunga scadenza. Di qui la necessità di una banca sull’esempio della Banca di cambio di Amsterdam fondata nel 1609, necessità che si incontrò con il progetto rivoluzionario di un bucaniere in pensione, un certo William Paterson, autore del pamphlet A Brief Account of the Intended Bank of England. Nel 1694, il re, con l’appoggio dei whig, ottenne dal Parlamento l’autorizzazione al progetto della Banca d’Inghilterra, una società per azioni composta da una quarantina di banchieri, che decisero di condividere le funeste sorti del re, prestandogli un milione e duecentomila sterline da destinare ai suoi investimenti militari. In cambio, chiesero un tasso di interesse dell’8% all’anno, cioè, 96.000 sterline, più 4.000 sterline a titolo di imposte amministrative, per un totale di 100.000 sterline all’anno e, infine, il monopolio sull’emissione di banconote senza alcuna copertura aurea. Il re, ovviamente, accettò e vinse la guerra contro la Francia, imponendole, insieme ai suoi alleati, il trattato di Rijswijk. Ma vinse a caro prezzo: aveva ceduto la propria sovranità monetaria, cioè, la sua prerogativa reale di emettere moneta libera da debito e interesse, proprio secondo quanto aveva pianificato il vecchio bucaniere che, nel manifesto inviato ai potenziali sottoscrittori, non esitò a comunicare che la nascente Banca d’Inghilterra avrebbe beneficiato «degli interessi su tutto il denaro che avrebbe creato dal nulla» (Simpson, W.G., Which Way Western Man?,) Fu il primo debito pubblico della storia, che sancì la sacra alleanza tra Stato e finanza capitalistica. Perché mai questo accordo tra Stato e Banca centrale? Bernard Lietaer, rappresentante della Banca Nazionale del Belgio presso la Banca dei Regolamenti Internazionali, in The Future of Money, scrive:

Una banca centrale accetta qualsiasi obbligazione del Governo che il pubblico non compra, emettendo in contropartita un assegno dello stesso ammontare. Questo assegno paga le spese del Governo e a sua volta il ricevente lo deposita sul suo conto bancario. Ciò avviene quando le magiche “riserve frazionarie” entrano in gioco. Per ogni deposito che riceve, qualsiasi banca ha il diritto di creare nuova moneta, precisamente, nella forma di un prestito a un consumatore fino al 90% del valore del deposito”.

È chiaro che i profitti della Banca d’Inghilterra potevano aumentare solo al crescere del debito pubblico ed è per questo che furono fatte guerre non necessarie, al solo fine di aggravare il debito e così gonfiare gli interessi pagati dai contribuenti attraverso nuove imposte. Stephen Mitford Goodson, direttore della South African Reserve Bank (Banca centrale del Sud Africa), nonché ex consulente finanziario, al riguardo scrive:

Da quel momento in poi sarebbe emerso un modello per cui sarebbero state intraprese guerre non necessarie sulle quali sarebbe istantaneamente cresciuto il debito nazionale e i profitti degli usurai. In modo significativo, molte di queste guerre furono iniziate contro Paesi che avevano attuato sistemi di banche statali senza interesse, come nel caso delle colonie nordamericane e della Francia sotto Napoleone. Questo modello di attaccare ed imporre il sistema bancario dell’usura è stato largamente sviluppato nell’era moderna e comprende le sconfitte della Russia imperiale nella I Guerra mondiale, della Germania, dell’Italia e del Giappone nella II Guerra mondiale, e più di recente della Libia nel 2011. Questi erano tutti Paesi che avevano sistemi bancari di Stato, i quali distribuivano la ricchezza prodotta dalle loro rispettive nazioni su basi eque e procuravano ai loro popoli uno standard di vita di gran lunga superiore a quello dei loro rivali e coevi”. (A History of Central Banking and the Enslavement of Mankind)

Per oltre 300 anni l’Inghilterra è stata trascinata nella schiavitù da una cricca di banchieri internazionali senza scrupoli, il cui impero parassitario minaccia l’esistenza di questa nazione-isola. L’orgoglioso popolo di piccoli proprietari terrieri e contadini di una volta, per ignoranza ed indifferenza, è diventato un crogiolo multiculturale di schiavi del debito. A meno che i suoi autentici cittadini non si prendano la responsabilità di familiarizzare con la vera natura del loro problema, sono destinati entro poche generazioni ad una irreversibile schiavizzazione e a una distruzione genetica (Goodson, S. M., The Hidden Origins Of the Bank of England, The Barnes Review, September/October 2012, vol. XVIII, n. 5)

Klaus Schwab, ingegnere ed economista tedesco, fondatore e direttore esecutivo del World Economic Forum, non solo sembra avvalorare la tesi di Goodson, ma si spinge oltre, affermando che la guerra ha un potere di trasformazione socio-economica paragonabile a quello di una pandemia. Entrambe, benché diverse, sono utili strumenti per innescare un cambiamento perenne. In riferimento agli shock economico-sociali e politici indotti dalle ondate di Covid-19, scrive:


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