Ambientalismo
23 settembre 2026

I CLIMATOLOGI TOLGONO LA MASCHERA. HANNO MOLTI PIÙ DUBBI CHE CERTEZZE
L'esperta Bracco ammette che su El Nino e soglie di riscaldamento ci sono solo ipotesi

Non mi stancherò di ripetere due concetti tanto sono importanti. Primo, quando si parla delle garanzie gnoseologiche offerte dalla scienza, per “scienza” deve intendersi “metodo scientifico”. Non “articoli scientifici” o, peggio, “scienziati”. Non ci sono autorità, né di bibbie né di uomini: il metodo le rifiuta. E rifiuta anche ogni atto di fede, cosicché quando ascoltate parole che vorrebbero essere rassicuranti, del tipo: «bisogna avere fiducia nella scienza», rammentate che il metodo non solo non vi chiede, ma addirittura vi invita esplicitamente a non fidarvi.
La seconda cosa importante è che il metodo prevede che, salvo un caveat, qualunque affermazione possa essere avanzata: proprio qualunque. La cosa non è banale. Nelle religioni si rifiutano le affermazioni contraria ai propri dogmi; e nella vita comune si rifiutano quelle contrarie all’intuizione. Il caveat è questo: non importa quanto ovvia possa sembrare, un’affermazione sconfessata dai fatti è falsa; e non importa quanto assurda, quanto più resiste agli attacchi per sconfessarla, tanto più essa acquisisce meriti per essere qualificata come scientificamente valida. 
La climatologia moderna poggia su un’affermazione semplicissima, e per certi versi “ovvia”: l’umanità immette CO2 in atmosfera, la CO2 è un gas-serra, quindi il pianeta si sta riscaldando per causa dell’umanità. Senonché l’ultima parte – il pianeta si sta riscaldando per causa dell’umanità – è falsa: non regge a decine di argomentazioni. 
L’ultima mi viene offerta da un’intervista ad Annalisa Bracco, climatologa di chiara fama, soprattutto nel campo della fluidodinamica computazionale e della oceanografia fisica, oggi membro del comitato scientifico di Bergamo-Scienza, uno dei tanti festival che in qualche modo allietano chi si allieta coi festival. Quelli della scienza mi fanno tenerezza, soprattutto quando, con poco rispetto della nostra lingua, non manca (e non manca mai) la «Notte Europea delle Ricercatrici e dei Ricercatori». Orbene, la Bracco – tutta nel mainstream altrimenti non sarebbe lì in quel di Bergamo – ha rilasciato una tanto curiosa quanto illuminante intervista.
Comincia l’intervistatore: qual è il ruolo degli oceani nella crisi climatica? Risposta: c’è ancora molta incertezza su quanto, in futuro, possa diminuire la capacità degli oceani di assorbire CO₂ e calore. 
La risposta spiazza il povero intervistatore che, ahilui, insiste: quindi non possiamo dire se gli oceani sono già saturi di CO2? «No, ci sono molte incertezze. Quello Meridionale, poi, rappresenta un grosso problema: abbiamo pochissime misure e non riusciamo ancora a modellizzarlo bene. L’incertezza, quindi, è davvero enorme, perché si tratta di una delle aree più importanti, ma disponiamo ancora di pochissimi dati».
Altra domanda. L’obiettivo degli Accordi di Parigi di contenere il riscaldamento sotto 1.5 gradi è andato a ramengo: che conseguenze ha ciò sulla biodiversità? Risposta. Per quanto riguarda la biodiversità è abbastanza difficile quantificare gli effetti; per esempio, sappiamo che i grandi mammiferi marini stanno cambiando dieta.
E quali sono i rischi legati ai cosiddetti punti-di-non-ritorno? [Che sarebbero fantasiosi punti che, se superati, comporterebbero irreversibili catastrofi, nessuna identificata, ndr]. Risposta. Qui entriamo in un campo molto difficile da valutare. Il problema più grande riguarda la fusione dei ghiacci: sull’Antartide le incertezze sono molto maggiori, perché la fisica del ghiaccio e la sua modellizzazione sono estremamente complesse e ci mancano dati sufficienti.
E ancora: cosa ci dice della soglia degli Accordi di Parigi? Risposta. Il problema è che questa soglia è stata definita sulla base di modellizzazioni. Ma sull’Antartide l’incertezza resta molto elevata, perché i modelli non riescono ancora a rappresentare bene la dinamica dei ghiacci. Tendono a simulare una fusione uniforme, mentre nella realtà il comportamento è molto più complesso.
Ci dica allora qualcosa sul fenomeno El Niño. Risposta: Probabilmente El Niño sarà amplificato [ma se non lo sarà, la dottoressa ha detto «probabilmente», ndr]. Ma è difficile dire quanto questo episodio sia effettivamente più estremo in sé e quanto amplificato dal riscaldamento globale. Tutti i modelli climatici utilizzati dall’Ipcc hanno difficoltà a riprodurre correttamente uno degli elementi fondamentali della variabilità di El Niño e cioè la differenza di temperatura tra il Pacifico orientale e quello occidentale. Sia El Niño sia la Niña sembrano essersi un po’ rinforzati [e se non lo saranno, la dottoressa ha detto «sembrano» e ha aggiunto «un po’», ndr]. Ma disponiamo di appena 45 anni di dati satellitari affidabili: è difficile trarre conclusioni certe.
E cosa ha da dire agli scienziati? Penso che oggi essere onesti sia la cosa più importante.
Cosa possiamo noi concludere? Innanzitutto, che è evidente che i climatologi non sappiano un tubo, cosicché il mantra che avete ascoltato per decenni, e cioè che sull’argomento il dibattito è chiuso (the science is settled, diceva Al Gore; e hanno continuato a dire, mentendo, le Accademie di mezzo mondo). E poi che la stessa Bracco ha disatteso il suo appello all’onestà. Altrimenti mi avrebbe invitato a Bergamo-Scienza, dove avrebbe avuto l’occasione di obiettare a due mie convinzioni – che posso provare – e cioè che non è vero che il pianeta si sta riscaldando per colpa dell’umanità e, inoltre, non esiste alcuna temperatura globale, cosicché quello di Parigi è un proposito buono da dar da bere ai gonzi.
Franco Battaglia


Articolo pubblicato sul quotidiano LA VERITÀ il 23 settembre 2026







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